Se sei qui è perché, come me, credi che le Italian Grape Ale abbiano dei punti di forza da non sottovalutare. Ne sono ancora più convinto, dopo una delle mie visite al birrificio Sagrin dove vengono prodotte eccellenti IGA. Sei pronto/a a saperne di più?

 

Lunedì 12 ottobre 2020 lascio Torino accompagnato da una nebbia d’altri tempi, per raggiungere, in poco più di un’ora, Calamandrana, provincia di Asti. Ad attendermi c’è un caldo sole ottombrino e dolci colline vitate, da poco scariche dei loro frutti.

Al birrificio Sagrin trovo Matteo Billia, detto Billy, il birraio, colui che armeggia da anni con ricette, impianti e fermentatori (ma non solo). Insieme a lui il buon Beppe Luci, socio che si occupa di marketing, vendite, eventi e di tutto ciò che serve per far girare brand e prodotti. Come spesso accade nel settore della birra artigianale italiana, in pochi fanno il lavoro di molti, con passione, investimento ed energie.

La mia visita al birrificio Sagrin nasce dalla curiosità, ma sopratutto dalla necessità, maturata da un po’ di tempo, di approfondire il tema delle I.G.A., le Italian Grape Ale.

Beppe Luci e Matteo Billia
Birrificio Sagrin

Cosa sono le Italian Grape Ale?

Sono birre ad alta fermentazione che tendono una mano al mondo del vino. Cercano una contaminazione per raccontare, nel bicchiere, un territorio, legandosi a una delle grandi ricchezze culturali del nostro paese.

Cosa dice il BJCP

Non lasciamoci però ingannare dalle categorie alle quali ci affidiamo per dare un senso, un confine alle cose che vogliamo conoscere. Le Italian Grape Ale vengono classificate tra le Fruit Beer per il Beer Judge Certification Program (BJCP), ma sono molto più complesse e articolate, almeno nelle intenzioni. Sono il tentativo, in alcuni casi davvero molto riuscito, di raccontare un incontro tra due mondi spesso messi in netta competizione. Purtroppo.

Dobbiamo sempre scontare una contrapposizione ideologica nelle cose, quando invece basterebbe guardare all’obiettivo, alle finalità, anche quando ci approcciamo a una bevuta, una degustazione.

il trend tutto italiano

Negli anni, lungo lo stivale birrario, in molti hanno provato a cimentarsi con le Italian Grape Ale, forse più spinti dall’urgenza di cavalcare un trend, piuttosto che per un reale interesse ad approfondire l’argomento. Va da sé, che non tutti hanno avuto risultati indimenticabili. Spesso ci si è trovati di fronte a birre di cui non si percepivano senso e identità.

 

Ad oggi, bisogna dire che di birra sotto i ponti ne è passata. Nonostante punti di partenza diversi, alcuni birrifici italiani hanno contribuito a un’evoluzione importante delle Italian Grape Ale, portando nei nostri bicchieri birre pensate, ragionate e di livello.

 

Con ciò qualche sacca di confusione si trova ancora e non credo che le I.G.A. abbiano ancora raggiunto il loro momento più alto. Una maturità che ha radici solide e non è solo figlia della moda del momento. Siamo comunque sulla strada giusta, già con qualche punta di eccellenza.

italian grape ale: quali punti di forza?

Conoscevo già le IGA del birrificio Sagrin perché più volte le ho assaggiate e ospitate alla spina in alcuni eventi che ho organizzato. Durante questa visita, ciò che mi interessava era approfondire il loro approccio alla produzione e capire con quali finalità di mercato operano, loro che sono da tempo, per ammissione, #amantidelleiga.

La chiacchierata con Billy e con Beppe mi ha dato conferma di alcuni temi che sostengo rispetto le I.G.A.

Il primo è che, in alcuni casi, queste birre restituiscono nel bicchiere emozioni forti, degne di stare al centro della tavola, anche in situazioni a cui spesso non siamo abituati. In particolare, mi riferisco al mondo della ristorazione.

Ed è proprio qui che trovo il primo punto di forza delle Italian Grape Ale. La possibilità di essere protagoniste, al pari del vino, nei menù dei ristoranti, negli abbinamenti con i piatti più ricercati, per arricchire un’offerta che, se ragionata, crea un valore aggiunto nell’esperienza gastronomica. Inoltre, credo fortemente che queste birre possano fare da apripista per l’abbinamento del cibo con tanti altri stili.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso quando, in occasione di una cena in un ristorante stellato di Barcellona, ho trovato nel menu un abbinamento gourmet con una birra artigianale locale. Finalmente! E mi sono chiesto se, anche in Italia, avrei potuto trovare una situazione simile. Eppure a vini in Spagna non scherzano. Forse hanno più coraggio di noi? O forse, oltre i nostri confini, si sta già muovendo un modo diverso, più evoluto, di intendere e di coinvolgere la birra a tavola.

È scontato dire che esistono differenze importanti tra i vini ed è anche così nel mondo brassicolo. Sono convinto che, sulla tavola, le IGA possano giocarsi un’ottima partita ed essere un’occasione per stimolare la curiosità di un pubblico più ampio. L’obiettivo è anche quello di prendere le distanze dall’idea che la birra possa accompagnare al massimo una buona pizza. Quando invece è una ricerca di qualità, versatilità che si abbina bene alla ricchezza dei menù.

Il secondo punto di forza delle Italian Grape Ale risiede nella loro capacità di attirare attenzione sul comparto della birra artigianale, soprattutto da parte dei buyers esteri. Infatti, proprio per la loro capacità di raccontare un territorio, di legarsi ad esso grazie a un vitigno (magari autoctono), sono un mezzo di promozione del made in Italy. Il passo successivo è focalizzare l’attenzione su tutti gli altri stili.

Pensiamo poi a quale ricaduta turistica possono avere. Il birrificio diventa, al pari della cantina e dell’azienda casearia, una meta per visite guidate, degustazioni e la tappa di un percorso di valorizzazione del territorio. Non solo più un soggetto puramente economico, ma anche di promozione culturale.

In generale, quanto detto potrebbe valere anche per le birre realizzate con altri tipi di frutta, ma, parliamoci chiaro, nulla è così trainante come il mondo del vino. Ma allora cos’hanno di davvero particolare queste IGA?

Matteo e Beppe del birrificio Sagrin lavorano da diversi anni, e in modo del tutto particolare, sulle Italian Grape Ale. Devo dire che sono rimasto affascinato dal loro processo di progettazione della birra: dalla costruzione della ricetta, che tiene in considerazione le peculiarità del vitigno scelto e delle possibili criticità/potenzialità che può regalare, al prodotto finito. È un percorso che seguono in pochi, anche se sembrerebbe scontato. Servono competenze diverse e studio continuo.

Ma attenzione: Sagrin non è un birrificio che produce solo IGA, ma anche altre ottime birre che ti invito a scoprire.

Sono curioso di sapere qual è la tua opinione sulle Italian Grape Ale e sui loro punti di forza. Vorrei ci confrontassimo: lascia un commento all’articolo!
Cheers!

P.s.: il 3 marzo 2021 uscirà un altro articolo sulle Italian Grape Ale. Ne ho parlato proprio con Billy e Beppe del birrificio Sagrin, grandi sperimentatori di questo “stile”. Non perdertelo!

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