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Bianco, rosso e verdicchio: i castelli di Jesi incontrano la birra artigianale

Quando il pensiero corre verso quell’angolo d’Italia che corrisponde alla regione Marche, la mente si colora: è un territorio che nell’immaginario comune si racconta tramite istantanee ricche di tinte e sfumature, che cambiano di stagione in stagione, di giorno in giorno. Tra le nuance di queste zone spicca anche il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Un vino che viene talvolta descritto come un “bianco vestito da rosso” per via della struttura e della longevità; un vitigno il cui nome rimanda proprio al colore dell’acino e del vino, entrambi caratterizzati da sfumature e riflessi verdognoli.
Tra colline morbide e filari ordinati, il Verdicchio dei Castelli di Jesi narra da secoli una storia di identità e di sorprendente versatilità, con un carattere distintivo che risente di influenze marine e di brezze costiere, con un bouquet olfattivo che vira verso fresche sensazioni fruttate, di ampia varietà, in una piacevole mineralità che ricorda la salsedine e che declina in un finale mandorlato peculiare.

Da qualche anno, inoltre, il “piccolo verde” gioca da protagonista anche in alcune creazioni appartenenti al mondo della produzione brassicola artigianale; dove il mosto d’uva diventa ingrediente che regala freschezza e complessità in una fusione di culture e tecniche.

Per raccontare questo interessante connubio ho scelto due Italian Grape Ale affascinanti e complesse, in cui le note dei mosti di verdicchio dei Castelli di Jesi conferiti da altrettante cantine rappresentative del territorio dialogano, in modo differente, con ricette produttive elaborate da due grandi interpreti del mondo brassicolo.

La prima realtà è il Birrificio dei Castelli, un’azienda nata nel 2012 ad Arcevia, in provincia di Ancona, per mano di Giovanni Petroni e Roberto Coppa. La birra si chiama “In Cerevisiae Veritas” ed è caratterizzata dall’aggiunta di un 30% di mosto di verdicchio. Il mosto proviene dall’azienda vinicola Broccanera, una piccola cantina situata a circa 1 km dal birrificio. Proprio in virtù di questa vicinanza geografica, la produzione di questa IGA avviene in stretto coordinamento con i tempi della vendemmia; non appena i grappoli vengono raccolti, sono sottoposti ad una pressatura soffice in cantina, senza aggiunta alcuna di solfiti o conservanti, quindi prelevati e aggiunti in pochissimi minuti alla cotta. Il tempo di arrivare in birrificio, quindi, e il mosto d’uva incontra quello della birra; l’aggiunta avviene durante la fase di whirpool, quando le temperature permettono di eliminare lieviti selvaggi e batteri presenti sulle bucce senza degradare proprietà e aromi volatili. Successivamente viene aggiunto un lievito brassicolo neutro, con l’obiettivo di preservare il profilo fermentativo della birra, esaltando il carattere del vitigno come protagonista.

All’assaggio, la birra presenta un profilo abbastanza delicato, ma ben definito, con note che rimandano alla pesca e al cedro, ai fiori bianchi e al panificato chiaro, per chiudere con suggestioni di mandorla. La bevuta è snella, fresca, con un finale di buona secchezza. Se siete curiosi di tentare un assaggio in parallelo con il mondo enologico e con la cantina che conferisce il mosto, l’etichetta consigliata è Zirro, verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva della cantina Broccanera.

Con la seconda birra invece, ci spostiamo – ma solo dal punto di vista della produzione brassicola – nella vicina Umbria, più precisamente ad Assisi, dove ha la propria sede Birra dell’Eremo. La birra si chiama Heritage ed è prodotta con l’aggiunta del 30% di mosto uve verdicchio proveniente dalla cantina Santa Barbara di Stefano Antonucci, con sede a Barbara, in provincia di Ancona. Un vitigno particolarmente amato da Enrico Ciani, fondatore e birraio di Eremo, tanto da utilizzarlo anche in altre Italian Grape Ale. Il metodo produttivo della Heritage prevede che il mosto di birra e d’uva vengano fatti fermentare insieme, con l’utilizzo di un lievito enologico ad espressione tiolica. Un ceppo di lievito che enfatizza da un lato il bouquet aromatico arricchendolo di aromi intensi di frutta e note vegetali; al tempo stesso, regala alla bevuta morbidezza e setosità grazie alla presenza del glicerolo prodotto durante la fermentazione.

All’assaggio, la birra presenta una schiuma abbastanza evanescente e una buona intensità olfattiva, con note di pesca e albicocca, assieme a rimandi lievemente vinosi e delicatamente speziati. La sorsata è inoltre caratterizzata da un’interessante mineralità; una buona effervescenza e un corpo snello, con il corredo di una delicata sensazione di calore, rendono la bevuta definita e complessa, morbida e al tempo stesso piacevolmente fresca.

Freschezza e vivacità che si ritrovano anche nel vino Le Vaglie, prodotto dalla cantina Santa Barbara di Stefano Antonucci, che ha sede a Barbara, in provincia di Ancona ed è annoverata tra le principali realtà che producono il Verdicchio dei Castelli di Jesi. Accostando le due bevute, vi è un’interessante rispondenza nel profilo aromatico e fermentativo; era questo l’obiettivo dichiarato da Enrico Ciani, per omaggiare, con la propria arte brassicola, un vino che non manca mai nella cantina di casa.

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