Il viaggio alla scoperta del mondo delle Italian Grape Ale ci conduce stavolta nel cuore verde d’Italia e più precisamente in provincia di Perugia. Per scoprire uno degli incroci più suggestivi tra il mondo della birra e quello del vino, fatto di storia e di recupero del passato.

Nella provincia di Perugia, e più precisamente nella zona di Spoleto, Montefalco e Trevi, è di casa il trebbiano spoletino. Un vitigno a bacca bianca unico, con un trascorso millenario alle spalle, che – in alcune fonti – viene addirittura fatto risalire al periodo etrusco, con testimonianze che risalgono anche all’antica Roma. Approfondire la conoscenza con questo vitigno è un racconto emozionante che narra di coltivazioni di altri tempi ed in particolare ad una modalità di allevamento ancestrale conosciuta con il nome di “vite maritata”, dove la vite veniva fatta crescere arrampicandosi sugli alberi, che fungevano da sostegno al posto dei comuni pali. Tra le specie più vocate a questo “matrimonio” si annoverano l’olmo, l’acero campestre e il pioppo; una simbiosi che ben si adattava al sistema di mezzadria, presente storicamente nel territorio umbro e che ottimizzava la resa di quelle terre, permettendo la coltivazione di cereali o altro tipo di foraggio. Gli alberi infatti non solo fungevano da sostegno, ma aiutavano anche a proteggere la vite durante le intemperie. Al tempo stesso però rendevano sempre più complessa la potatura e la vendemmia, man a mano che l’albero di sostegno si innalzava verso il cielo. Per questa complessità nella lavorazione, il trebbiano spoletino vide un lungo declino dalla seconda metà del XX secolo; al suo posto si affermarono vitigni internazionali di miglior resa e varietà che permettevano l’utilizzo delle macchine agricole. Il nuovo millennio, per fortuna, segnò invece una tendenza inversa e questo vitigno entrò a far parte di un progetto di mappatura e di recupero acquistando una dignità propria e passando dall’essere uva da taglio oppure utilizzata in produzioni principalmente casalinghe, alla vinificazione in purezza. Con una rinascita che affonda le radici nel passato attraverso il recupero genetico di viti centenari, grazie alla collaborazione preziosa di alcune realtà locali. Al giorno d’oggi il vitigno è molto apprezzato per la grande versatilità e per una complessità olfattiva che regala note agrumate e di frutta tropicale, di pesca e di fiori bianchi e gialli, con il corredo di una grande freschezza ed una buona mineralità.
Proprio il mosto di trebbiano spoletino è il protagonista di “Insolita”, Italian Grape Ale della Fabbrica della Birra Perugia, un birrificio nato a sua volta dal recupero di un vecchio marchio storico. La Fabbrica della Birra Perugia, infatti, era stata attiva nel capoluogo umbro dal 1875 fino all’acquisizione, nel 1927, da parte di una multinazionale che aveva portato alla scomparsa del marchio. Quasi novanta anni dopo, il rilancio in chiave artigianale, con un progetto che si è velocemente affermato come una delle realtà più interessanti sul territorio nazionale, per la qualità delle produzioni.

Vediamo nel dettaglio la modalità produttiva della birra che – ovviamente – deve rispettare i tempi della vendemmia; l’incontro con la componente brassicola avviene il giorno successivo alla raccolta delle uve, quando già ha avuto inizio una piccola attività fermentativa dai lieviti naturalmente presenti sulle bucce. Solo allora una percentuale attorno al 20% di mosto di trebbiano spoletino dell’Azienda agricola Tabarrini viene aggiunta al mosto di birra al fine di innescare una fermentazione attentamente controllata. Successivamente la birra completa la propria maturazione in una botte di cemento vetrificato, recuperata e ripristinata nel rispetto dell’antica tradizione enologica di inizio Novecento, come avveniva prima che si affermasse la fermentazione in acciaio. Successivamente la birra subisce un ulteriore affinamento in bottiglia per 15 giorni ed esce in commercio con un titolo alcolometrico di 5,6% vol.

Schiuma copiosa, quasi pannosa, pur se di durata medio/breve, “Insolita” si presenta di colore giallo dorato, con una lieve velatura. Di buona intensità, con note fruttate che rimandano alla pesca, al cedro e a più delicati sentori tropicali, assieme ad un guizzo funky di matrice brettata. All’assaggio è fresca, minerale, moderatamente acida, con un delicato tocco finale di acetico. La sorsata è di buona effervescenza, con una leggera ruvidità ed una piacevole secchezza finale. Nel tempo, a mio parere, la birra presenta un’intrigante evoluzione che fa comprendere, a pieno, la grande complessità e versatilità del vitigno autoctono umbro.
Non posso che concludere con il solito consiglio sul vino da provare “in abbinamento”: Adarmando dell’Azienda agricola Giampaolo Tabarrini di Montefalco, uno dei massimi esponenti nel rilancio di questo vitigno. Un vino prodotto nel ricordo di uno degli avi ed ottenuto da vigne quasi centenarie a piede franco di trebbiano spoletino, vinificato in purezza. Non sono molte le bottiglie prodotte e quindi il consiglio è di organizzare, alla prima occasione, un viaggio tra vino e birra, nella storia e nelle eccellenze della regione Umbria e della provincia di Perugia.


